Cultura e Territorio. Se sappiamo scrivere lo dobbiamo a loro: agli Etruschi. Alle donne etrusche dobbiamo anche l’arte del tessere, l’arte propria delle regine: “Erano maestre di scrittura, di ordito e trama: la cattura delle parole per renderle perenni”.
Così semplice, eppure così potente: già da queste parole dell’archeologo Roberto Macellari si percepisce quanto nelle società antiche le donne fossero custodi di abilità preziose. Nell’antica Etruria, però, il loro ruolo superava di gran lunga la sfera domestica: erano donne con identità, autonomia e influenza pubblica.
Nell’ambito della rassegna “Marzo per le Donne 2026”, il Museo Musini di Fidenza ha ospitato stasera la conferenza “Il ruolo della donna nel mondo etrusco” a cura dell’archeologo Roberto Macellari, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Fidenza e introdotta dalla vice sindaca Maria Pia Bariggi.
Ve ne parliamo perché Macellari ha portato un accostamento - certamente in omaggio al nostro territorio - che ci ha sorpreso trovando una analogia tra la regina Tanaquilla - “creatrice di re” (VII-VI sec. a.C.) moglie di Tarquinio Prisco, originariamente noto come Lucumone, quinto re di Roma - e la nostra Elisabetta Farnese (1692-1766) l'ultima discendente della dinastia farnesiana, principessa di Parma e Piacenza e poi Regina consorte di Spagna, moglie di Filippo V.
Se Tanaquilla fu donna colta, esperta di politica e profezia (aruspicina), orchestrò il trasferimento a Roma del marito e la sua ascesa al trono, gestendo poi la successione di Servio Tullio, altrettanto la nostra Elisabetta Farnese fu figura chiave del Settecento, utilizzò il suo prestigio per garantire il trono ducale ai figli, portando i Borbone a Parma e assicurando la continuità dinastica.
E poi ancora connessioni sul territorio dell’Emilia Romagna con focus su Verucchio, San Polo d’Enza, Brescello, San Pancrazio di Parma e ovviamente Bologna.
Tessitrici e maestre d’arte: “L’arte della tessitura era una pratica principesca, riservata a regine e principesse, non alle ancelle - ha detto Macellari - Le tessitrici etrusche combinavano abilità manuali e conoscenze scritte: l’alfabeto, diverso tra Etruria Padana e Meridionale, serviva anche come supporto alla creazione di tessuti complessi, con ordito e trama coordinati e scanditi da strumenti come il tintinnabulo, un piccolo gong che segnava i ritmi del lavoro.
Attraverso immagini reperti, iscrizioni e simbologie, il pubblico è stato accompagnato a scoprire un modello femminile straordinariamente moderno: donne libere, istruite, e persino imprenditrici e diplomatiche, custodi di saperi millenari, capaci di lasciare un’eredità che arriva fino a noi.
“A differenza delle romane, che portavano il nome del padre della famiglia d’origine, le donne etrusche possedevano un nome personale individuale, segno di riconoscimento sociale e autonomia. Questa valorizzazione dell’identità femminile si rifletteva anche nella loro istruzione e capacità di scrittura: le etrusche erano maestre di lettere e artefici di parole destinate a durare, una vera e propria cattura della memoria” ha spiegato l’archeologo.
Le donne partecipavano attivamente alla vita pubblica. Assistevano ai giochi funebri dei defunti di alto rango, erano presenti nei simposi, educavano i figli, possedevano oggetti di lusso e, talvolta, avevano ruoli di giudici di gara, valutando equilibriste e atlete. Le tombe dipinte di Tarquinia – dalla Tomba della Scimmia alla Tomba dei Leopardi – mostrano donne che interagiscono con i consorti, portano vasetti di profumi o unguenti e partecipano alla vita cerimoniale, dimostrando una presenza sociale unica nel mondo antico.
Dai giochi alla scrittura: un modello femminile sorprendente.
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